[Le Monde]

Alcuni anni fa, Selvalunga era un florido allevamento di bufali. Il suo proprietario era Francesco Schiavone, meglio noto con il nome di “Sandokan”, il sanguinario padrino di Casal di Principe, abbozzato in Gomorra da Roberto Saviano. La sua villa e i duemila bufali di Selvalunga erano la sua gloria in questo territorio a nord-ovest di Napoli.
Tutto è in rovina ed i bufali sono morti. “Quando i mafiosi hanno capito che l’allevamento sarebbe stato confiscato, nel 2002, lo hanno incendiato e, soprattutto, hanno lasciato morire i bufali”, spiega Alessandra Tommasino, di Libera, l’associazione incaricata di riconvertire alcuni dei beni confiscati alla mafia.

Dall’entrata in vigore della legge del 1996, più di 8400 beni sono stati sequestrati per essere in seguito affidati ad alcune cooperative. Salvo che, come per l’allevamento del padrino, i progetti di riconversione sono spesso ritardati dalla burocrazia o dalle… devastazioni.

“Se non può essere mio, non sarà di nessuno, questo pensano i mafiosi. È penoso vedere come hanno distrutto quello che potrebbe servire a creare lavoro per i giovani e rappresentare per altri un’alternativa alla mafia”, aggiunge Tina Cioffo, che, con la sua collega Alessandra è venuta a constatare la proporzione del disastro.
Paradossalmente, il padrino potrebbe ora recuperare il suo allevamento. Infatti, un emendamento del governo alla finanziaria, la cui approvazione è prevista per martedì 22 dicembre, prevede che i beni confiscati ai mafiosi che non vengono affidati ad una cooperativa entro sei mesi saranno venduti all’asta.
In un territorio sotto il dominio della mafia come questo, denunciano le due volontarie di Libera, nessuno oserà tenere testa al padrino. Un prestanome basterà allora per riacquistare il bene confiscato.

E anche se il ministro dell’Interno, Roberto Marioni, afferma di aver previsto dei meccanismi per evitarlo, Libera è preoccupata. Ideata per recuperare fondi per la giustizia e la polizia, la nuova disposizione rischia di annullare gli effetti di una legge che cominciava a portare i suoi frutti, assicura Tonio Dell’Olio, prete e membro di Libera: “Dai tempi in cui ero cappellano in una prigione di massima sicurezza in cui frequentavo i padrini, li ascoltavo lagnarsi delle confische dei loro beni. Per loro, era anche più grave che essere impringionati.
Oggi, il messggio che sta per passare, tra la popolazione del territorio controllato, è che alla fine sono sempre loro i vincitori visto che riescono a salvare i loro averi”.
Vicino a Selvalunga, Libera ha appena lanciato “Le terre di don Peppe Diana”, dal nome del prete assassinato dalla mafia di Casal di Principe nel 1994. Una fattoria modello, biologica, prenderà il posto di una azienda agricola di 7 ettari confiscati ad un clan della regione.

“Qui, spiega Tina, mostrando la scuderia sequestrata, il padrino allevava cavalli di razza che erano il suo modo di ostentare il suo successo. Noi vi metteremo delle asine che si limiteranno a fornire latte buono per i bambini dei dintorni privati del latte materno”. La fattoria si aggiungerà a quelle che gestiscono giù 350 altri ettari di “terre liberate dalla mafia”. D’altronde è sotto questa etichetta che il vino, la pasta, l’olio che vi sono prodotti sono venduti un po’ ovunque in Italia nelle “botteghe della legalità” . Per Natale, le cassette di prodotti sono il regalo più politicamente corretto. Chi sa se ce ne saranno ancora negli anni a venire.

[Articolo originale "En Italie, un amendement permettrait aux parrains de la mafia de récupérer leurs biens confisqués" di Salvatore Aloïse]
This entry was posted on mercoledì, gennaio 06, 2010 and is filed under . You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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